Racconti di Diari
SOLE, ARAGOSTE E TAPPI DA BOTTIGLIA (ovvero il Paradiso: Cancun 1975)
Piccoli, tozzi e senza collo. Sembrano caricature di se stessi o tappi
della Val Gardena, scolpiti nel legno in forma umana.
Maya...un nome associato a reminescenze di storia.
Civilita' scomparse...sacrifici umani...pugnali d' ossidiana...oro...
sacerdoti in abiti multicolori e piramidi a gradini strette nell'
abbraccio di jungle impenetrabili.
Mai invece a gente vera, magari in jeans e magliette Adidas.

Club Med di Cancun-Messico, post-palafitticolo agglomerato di cubetti
su trampoli, appena inaugurato tra il mare e la laguna interna.
Quindici giorni con i G.O. (Gentil Organizateur).
Ginnastica ai bordi della piscina con G.O. sprizzanti simpatia da
ogni poro, animazione coi G.O., pallavolo in spiaggia con i G.O., picnic in
laguna coi G.O, tutto con i G.O. ...
All' arrivo ci infilano al collo una collana di fiori di plastica alla
maniera auaiana e ci consegnano una collana di palline di plastica. La
prima e' come benvenuto, l' altra per consentirci di pagare gli
extra.
Un modo per evitare che nel villaggio circoli denaro. Quello vero lo si
deposita in cassaforte. Un caffe' = una pallina, due palline = un
orange juice e via cosi'. Pratico e razionale.
- Cosi' non correte il rischio di perdere i soldi e quando fate il
bagno la collanina ve la mettete al collo! - strombazzano i G.O.
Cosi' si riduce la percezione di spendere, penso io. E funziona,
specialmente con gli americani e la loro fissa dei gin-martini prima
di cena. Eccome se funziona: pare di essere in un negozio di bigiotteria
per signore, tante sono le collanine sul bancone del bar!
Cosi' stridente il contrasto tra il dentro e il fuori: un' isola di
opulenza in un mare di poverta' atavica. La cameriera che rifa' le
camere prende trentamila lire al mese mentre ognuno di noi ne paga
cento al giorno.
La sera tardi guardo i camerieri che se ne vanno col fagotto sotto il
braccio: i resti di cio' che noi *ricchi* abbiamo lasciato sui
tavoli del buffet...
Comincio ad andare in giro, a parlare con la gente. Giri sempre piu'
larghi, come gatti che prendono confidenza con un posto nuovo.
Faccio conoscenza con una famiglia di simpatiche e brave persone. Un
po' pescatori e un po' ortolani. Una vera moltitudine, tra genitori, zii,
figli, nonni e nipoti. Ricordo Diego e Maria Consuelo che in famiglia
vuol essere chiamata col nome Maja: Oxunet o qualcosa di simile. Oggi
sembrerebbe un provider di Internet.
Una sera mi invitano a cena. Tortillas in quantita', tacos, verdure
del loro orto, un grande tegame di coccio con mais piccante e cipollotti
selvatichi e poi pesce appena pescato e frutta squisita. Alla fine
uno straordinario distillato di mais e banane.
- Rimaniamo in contatto - non faccio che ripetere, il giorno della
partenza - perche' l' anno prossimo , io, qui ci ritorno . -
Ma basta Club Med, basta G.O.
Diego ha una casetta sul mare, un po' discosta dalle altre, fatta per
un figlio ora sposato altrove.
Per non dimenticarla, a quella casetta scatto le ultime foto del
rollino.
Un cubetto bianco, due camere e una grande veranda di stuoie sul
davanti.
Sul retro un' altra per quando tira vento dal mare.
Oltre la casa, dieci metri di sabbia poi una striscia in movimento che
va dall' azzurro fino al blu piu' intenso. L'oceano.
Niente serrature alla porta. Niente scuri alle finestre. Per non tener
fuori la gente, per non tenere fuori il mare.
La tonda faccia color rame di Diego si apre in un sorriso largo cosi';
spalanca le braccia e alza un po' le spalle come dire e' tutto qui,
non c'e' altro. Poi sparisce.
Rimango li' a guardarmi intorno. Ogni cosa e' ordinata e sa di
pulito.
L' essenziale c'e'. Incredibile, invece, la quantita' di cose inutili
che mancano.
Un tavolino, tre sedie tutte differenti, il secchiaio e un piano con
fornello a tre fuochi. Tre finestre alle pareti. Sotto il piano un
armadietto. Dentro, manco a dirlo, due tegami e una padella: sempre
tre!
Sistemo la sacca nella camera accanto. Il letto e' ampio e duro. Lo
provo.
Mi piace subito.
Hic manebimus optime, penso fischiettando.
Nell' armadio, cuscini e coperte. I due ricambi di lenzuola li ho
portati io, come d' accordo.
Mi muovo nella penombra di quegli spazi ancora estranei ma lo sguardo
va come una calamita al blu di quel mare, vivido e vero come gli squarci
candidi nel sorriso di Diego.
Stordisco tra profumi d' intensita' ignota. E' come se in quel momento
i miei sensi abbiano escluso ogni collegamento intermedio e siano in
linea diretta col cervello.
Dio, com'e' bello essere li' e pensare che non esiste prenotazione per
il ritorno!
Neppure se mi concentro riesco a visualizzare la neve e il ghiaccio,
il senso di freddo nel giaccone mentre attraverso il parcheggio battuto
da un vento polare, gli spilli di ghiaccio sulle guance, la testa
affondata tra le spalle, l' aria che scotta nei polmoni.
Il giorno dopo sono al mercato con la lista della spesa.
Tre amache. Poi piatti, posate, bicchieri. Tutto in numero di tre.
La chiamero' la casa del tre!
Rientro carico come un mulo ma felice.
Cucino seminudo nell' ombrosa veranda e seminudo mangio in amaca o al
tavolino che ho sistemato fuori.
Qualche bambino comincia ad occhieggiare e mi guarda curioso.
Occhi liquidi ed espressivi. Capelli nerissimi con riflessi bluastri.
Solo
da bambini questi Maja - penso- sono proprio belli: si guastano col
crescere.
Poi mi vergogno del mio pensiero.
Un paio di giorni dopo, al tramonto, arriva Diego, delegato dalla
famiglia per vedere come mi sono sistemato. Si guarda intorno. Osserva i
cambiamenti. Sul tavolo, un cartoccio col pesce comperato per la sera.
Con un dito ne solleva il lembo. Scuote il capo e spara una lunga frase
di cui afferro il dieci per cento.
Allora ripete piu' piano.
- Domani mattina alle sei, ti vengo a prendere; non hai impegni,
vero?-
Sorride.
Alle sei?
Usciamo in mare che il cielo sta appena schiarendo dal nero della notte
in tenui sfumature di azzurro.
A est e' tutto rosso e pare che l' oceano fiammeggi.
Sette metri di robusto fiberglass, la barca del mio amico tiene bene
il mare. Pur vecchia di una diecina d' anni, risale con facilita' l' onda
lunga che ci attende appena fuori della laguna.
Un cenno per indicarmi sulla bussola la rotta, un' occhiata per
assicurarsi che io abbia capito, poi Diego si disinteressa di me e, lasciatomi
alla barra del timone, sparisce nella microscopica cabina tra mucchi di
reti e vecchie attrezzature.
Peschiamo un paio d' ore. Di piu' non serve, perche' sembra che i pesci
spasimino al solo pensiero di finire nella nostra rete.
E' un mondo nuovo quello che s' aggroviglia ai miei piedi in mille
sussulti e guizzi che sembrano catturare tutti i colori dell'
arcobaleno.
Forme sconosciute, dimensioni sconosciute, riflerssi sconosciuti. Musi
dall' espressione sconcertata e stupida mi fissano con tondi bottoni
da bambola. Un palmito di almeno cinque chili contende ad un grosso
granchio il diritto ad un angolino dove un po'di acqua e' rimasta intrappolata.
Vedo le branchie palpitare come rosse ferite, nel tentativo di
succhiare ancora un po' di vita. Sono pesci, e' vero, ma sempre creature in
lotta con la morte e mi devo girare dall' altra parte per non spiarne l'
agonia.
Sono consapevole che Diego mi sta guardando; non puo' comprendere la
mia sensibilita', un lusso che lui non si e' mai potuto permettere. Pero'
e' anche vero che si trova li' per me, cosi' mi sforzo di apparire
normale.
Al rientro, nei pressi di una piccola insenatura, il mio comandante ha
un attimo d' esitazione e con un colpo di barra vi s'infila deciso.
Gettiamo l' ancorotto. L' acqua e' straordinariamente limpida e posso
distinguere ogni particolare del fondo marino, forse otto metri sotto di noi. La
riva, poco distante, appare deserta e mossa da basse dune e radi
cespugli secchi. Non si scorge anima viva. Lo scafo si orienta alla leggera
brezza che spira dal mare. Sotto di noi una lunga formazione rocciosa
paludata da sinuosi filamenti verdi che danzano al tempo della marea.
Ci tuffiamo nell' acqua tiepida. Io con le pinne e la maschera trovate
sulla barca, Diego senza nulla, a parte un sacchetto di rete
assicurato al polso.
Va giu' sicuro ed io dietro, curioso di capire dove mi stia portando.
Branchi di pesci di tutte le fogge e colore scivolano attorno a noi,
per nulla intimoriti dalla nostra presenza. Al limitare del campo visivo,
dove il fondale sprofonda nel blu, sfreccia una formazione di snelli
barracuda. Dovunque siano diretti devono essere in ritardo perche'
neppure ci guardano.
Un' immersione dopo l' altra, ci stiamo gradualmente spostando verso
terra. Ora ci sono meno di cinque metri d' acqua.
Una macchia nera, che a distanza m'era parsa uno scoglio, si rivela un
branco di grossi pesci color ardesia. Lunghi come un braccio, stanno
parcheggiati l' uno accanto all' altro, cosi' vicini e stretti da
sembrare incollati. Diego dirige verso di loro e io lo seguo. Pochi istanti
prima che lo urtiamo, nel branco si apre un varco appena sufficiente
per il nostro passaggio e subito si richiude alle nostre spalle.
Capisco lo scopo di quel bagno quando vedo la prima aragosta. Forse
trenta centimentri, antenne a parte. Non grande, ma alla terza immersione la
rete di Diego ne contiene gia' sei, e due le ho prese io!
- Vengono qui perche' c'e' una corrente piu' fredda che a loro piace.
La senti? L' ho scoperta per caso e ora lo sai anche tu. Ma non lo dire in
giro o le langostas se ne andranno! -
Quando tiriamo in secca la barca sono appena le nove ma mi sembra di
esser rimasto in mare tutto il giorno.
-Prendile pure tu, queste , per l' aiuto - mormora mentre riordina le
reti. E mi allunga la cassetta in cui si agitano le nostre prede. -
Tanto a noi non servono . E poi di pesce ne abbiamo preso parecchio- . So che
non e' vero e che al mercato gli avrebbero reso bene. Fa cosi' per non dare
importanza al regalo.
Ha un' altra barca - dice - piu' piccola di questa, che nessuno di loro
adopera. Se la voglio, posso averla per un paio di dollari al giorno.
Poi allunga il ditozzo corto e scuro, puntando in direzione del posto dove
poco prima ci eravamo immersi.
-Meglio del mercato, no? - Sorride scanzonato.
Poche, essenziali parole ma a me, cosi' ciarliero, serve ancora tempo
per abituarmi. Gente semplice e gentile, incapace forse di esprimere a
parole i propri sentimenti, ma che sa farlo con gli occhi, un sorriso e pochi
gesti.
Giorno dopo giorno sto entrando in sintonia con quei ritmi.
Mi sveglio presto la mattina e faccio un gioco: rimango immobile nel
letto, mi concentro sui suoni che filtrano dalle sottili pareti e cerco di
indovinare che tempo faccia.
Sciabordio leggero significa fuori in barca.
Significa pesce e sale sulla pelle.
Significa gridare a squarciagola nel vento la gioia di esser li'
finche' la bocca e il cuore ne son pieni e vedere un gabbiano solitario in
equilibrio sulle termiche che china il capo e mi guarda stupito.
Significa seguire la corrente e d' un tratto trovarsi parte di un
branco di delfini che ti pigolano attorno.
Se invece e' sbattacchiar di canne sulla veranda e fuori dalla porta
rugge l' Atlantico e si affanna coi liquidi artigli sulla spiaggia, allora
saranno lunghe camminate sul bagnasciuga per vedere che cosa regala la
burrasca.
Sara' lasciare che la sabbia piu' fine mi disegni addosso, come talco
la pelle di un bimbo.
Sara' aspettare di esser bianco e tuffarsi nudo tra i ruggiti bianchi
come birra appena spillata.
Sara' sdraiarsi fradicio tra ciuffi secchi e d' improvviso scoprirsi
accanto un immobile camaleonte color del nulla.
Vado molto in giro, quando non sono fuori con la barca o sulle
spiagge.
Cammino lento per vedere di piu' e perche' li' e' cosi' che si fa.
Niente telecamera appesa al collo, nessuna cartina tra le mani. Voglio
confondermi tra loro, sparire nello sfondo. A chi mi sorride sorrido e ignoro chi
mi ignora. Entro nei negozi e mi guardo intorno. Quando incrocio gruppi
di turisti stretti alle loro guide li evito. Un giorno una svedese m'
interpella in spagnolo: cerca il museo. Glielo indico col braccio ed un
sorriso. Senza parlare. Mi fissa, osserva la mia pelle scurita dal
sole, il biondo quasi bianco dei capelli, guarda gli stinti pantaloncini
militari e i sandali poi si allontana con un perplesso muchas gracias. Leggo i
suoi pensieri: un messicano biondo e con gli occhi azzurri??
Ma le piccole attenzioni non cessano.
Una sera e' un mazzolino di fiori selvatici sul tavolo, un altro volta
son caspi d' insalata o un po' di frutta. Cose di poco valore,
nonnulla che mi danno la costante percezione della loro amorevole assenza.
Come ricambiare tanta finezza?
Dalla posada di un amico ottengo un festone di lampadine fatto per
la festa del paese ed anche il pentolone indispensabile per cio' che ho in
mente. Riesco a farmi dare anche piatti e bicchieri: la mia e' la casa
del tre, ricordate?
Brodetto alla marchigiana.
Dalla pescheria arriva un coso brutto come lo scorfano, ma di un altro
colore. Debbo accettare altri compromessi ittici ma non troppi. Alla
fine mi conforta il profumo che scaturisce di sotto il coperchio ampio come
un sombrero.
Cattivo non pare; ho lavorato come un certosino per far sparire ogni
lisca e, comunque, non potranno fare confronti con la cucina dell' ottimo
Mattia di San Benedetto del Tronto!
Il resto me lo da' il mare: involtini di cernia, con pancetta e
funghi e medaglioni di aragosta all' aceto balsamico e un niente di peperoncino.
Con una stretta al cuore ma orgoglioso dela mia generosita', sacrifico
sull'altare dell' amicizia l' omaggio di un amico modenese.
Trovo del bianco californiano potabile pur se fa a pugni con la
cerveza arrivata assieme a Diego & Co.
Mai la veranda mi e' parsa tanto piccola, ma credo ci sia piu' sana
allegria in quei pochi metri che in tutto il Club Med un chilometro
piu' in la'.
Facce curiose sbirciano tra le stuoie e vengono subito trascinate
davanti ad una birra. Scoppiano *OLA' HOMBRE!* a tutt' andare. E' naturale: qui
tutti si conoscono!
La moglie di Diego vuole la ricetta del brodetto e se ne va contenta
col foglio stretto in mano. E' in italiano ma dice che si arrangera'.
-Italiano, mucho gusto! - e scappa via.
Sono tornato spesso nella baia delle aragoste e molte altre volte
alla tavola di quella brava gente.
Sono rimasto cinquanta giorni nella casa del tre.
Cento dollari per restarci e un groppo alla gola per lasciarla.
Quando ho fatto per pagare il conto della barca (e della rete e della
lenza e di tante altre cose) si sono schermiti.
- Certe cose si rovinano di piu' a star ferme che ad essere usate. -
spiegano.
Gli ho lasciato tutto cio' che avevo comperato per la casa, le amache
e il resto: cercano anche di pagarmele!

Due anni dopo la posta mi porto' due paginette in simil-italiano da
Cancun.
Stanno tutti bene, altri quattro nipotini si sono aggiunti al branco,
la casetta e' a mia disposizione, le amache pure e ... il "Brodetto all'
Alberto" e' diventato un piatto di casa.

-o0o-

Me lo hanno detto che Cancun ora e' un groviglio di palazzoni
assiepati l' uno contro l' altro.
Ma per me rimarra' sempre cosi: casette e baracche, un cubetto bianco
con due camere e tanta pace.
Mare, sole, aragoste e care persone che, non mi so neppure oggi
spiegare
il perche', vollero adottarmi, per cinquanta indimenticabili giorni.

Autore: Alberto Angelici



 
 
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