Racconti d'Orrore
L'ospite
Jacob era decisamente felice.
Lo attendeva un week-end di assoluto riposo, come lo aveva sognato da tempo. Dopo venti abbondanti giorni di lavoro incessante si sentiva esausto. Gli venne in mente come in tutte le pause caffè, gli spuntini di mezzogiorno, le occasioni nelle quali la sua mente si era potuta staccare per un attimo da numeri, importi, relazioni ed elementi del genere, che ormai considerava come dei nemici, aveva sognato di staccare la spina, di dedicare del tempo a se stesso.
Mentre percorreva la statale la sua mente stava decisamente lavorando, forse più che in ufficio, ma su questioni assai diverse. Pensava alla sua vita, alla sua famiglia, alla misteriosa richiesta di sua moglie di andare con la loro bambina dal fratello nel Maine. In fondo lui per tre settimane era stato un padre ed un marito latitante. Perché il primo week-end di libertà lei aveva preferito trascorrerlo con il fratello? Solo in quel momento si rese conto di quanto si potesse nascondere dietro a quel gesto. E questo era decisamente grave. Non tanto il segno di per sé quanto il fatto che lui faceva fatica a rendersene conto. Questo tunnel che aveva imboccato ormai da un anno dove lo stava portando?
Il lavoro di analista finanziario gli piaceva molto. Quel nuovo posto nella banca dell'Oregon gli aveva consentito un grosso salto professionale. Ma Jacob aveva imparato a sue spese che nulla nella vita è gratis. Qual'era il prezzo di quel successo? E soprattutto: se fosse stato costretto a scegliere tra il lavoro e la famiglia che strada avrebbe preso? La risposta, nel suo caso, non era così scontata.
Pensò a suo fratello: un paio di anni prima si era infatti trovato nella stessa situazione. Una brillante carriera di chirurgo o la pace del focolare domestico turbata piacevolmente dai due pargoletti. Mike si era confidato con lui a lungo (cosa che peraltro lui non aveva intenzione di fare), sviscerando la sua vita ed analizzando come il lavoro lo avesse inconsapevolmente allontanato da ciò che amava di più: la sua famiglia. Fortunatamente scoprì di essere in tempo, fece marcia in dietro e finì a fare il tranquillo medico generico di provincia.
La situazione di Jacob era molto diversa. Da sei anni ormai la sua escalation professionale procedeva, ed il suo allontanamento dalla famiglia era tutt'altro che inconsapevole. Ora era forse arrivato ad un bivio. Avrebbe affrontato analiticamente il problema in lunedì successivo.
Curiosamente anche la strada che percorreva era arrivata ad in bivio, la cosa lo divertì. Svoltò per la collina e la strada cominciò a salire.
Scacciò brutalmente tutti i rimasugli di pensieri e pentimenti dalla sua mente. Nulla avrebbe dovuto turbare la quiete del suo meritato riposo tranne qualche libro che aveva con sé.
Cominciò a farsi strada anche la curiosità del posto in cui stava andando. L'annuncio si Internet diceva "Tranquillo casolare nella pace dei boschi secolari.". Proprio ciò che lui cercava.
Gli piacevano queste modernità: un click sul mouse ed hai pagato il conto con la carta di credito. Una mail al fattorino e trovi le chiavi sulla tua scrivania il giorno dopo. Il vecchio Gerald si era lamentato di aver faticato non poco a trovare l'agenzia, ma con una lauta mancia Jacob aveva ridato pace alla sua coscienza.
Dopo una decina di minuti di strada molto ripida si era affacciata una piccola pianura e Jacob intravide le deboli luci di un piccolo paese. In un lampo lo stava attraversando. Era più un gruppo di case semidiroccate, abbastanza tetro. In giro non c'era nessuno. Jacob guardò l'orologio: le ventitrè in punto.
Si fermò un istante per guardare la mappa che aveva stampato dal sito. In effetti un puntino indicava quell'agglomerato. Approfittò della sosta per scendere e sgranchirsi. Vide un albero sul bordo della strada in mezzo a due case. Lo usò per liberarsi la vescica. Mentre si voltava per tornare alla macchina vide due persone che lo osservavano dalla finestra di una delle case vicine.
Erano due uomini, si assomigliavano molto, ed indossavano due identiche camicie da boscaiolo.
Fece un vago cenno di saluto, a dire il vero sfoggiando una certa superiorità e risalì in macchina.
Credeva molto nella divisione delle persone in classi ed era certo che la sua fosse molto superiore a quella degli abitanti di quel luogo. Terminato questo pensiero di compiacimento sorrise e ripartì.
Poco fuori dal paesello la strada ricominciò a salire.
La mappa era abbastanza chiara: dopo il puntino una mezza dozzina di tornanti, quindi un piccolo ponte su di un ruscello dopo il quale avrebbe dovuto svoltare a destra.
Trovò la strada, se così poteva essere definita. Si trattava infatti di uno sterrato decisamente poco adatto alla sua BMW. Gli sembrò quasi un miracolo averla trovata: né la strada principale, né quella piccola traversa erano illuminate e non c'era nessuna indicazione.
Dopo un centinaio di metri la strada ricominciò a salire.
Stavolta i tornanti erano decisamente insidiosi, alcuni dovevano essere fatti con due manovre. Giudicò questo un segnale abbastanza positivo della tranquillità e solitudine del luogo. Dopo una decina di minuti cominciò ad intravedere dall'alto le deboli luci del piccolo villaggio e sorrise di nuovo. Si fermò davanti ad un ponte di legno che non gli ispirava molta solidità. Scese e lo ispezionò.
Dopo aver dato un'occhiata alle travi che lo sorreggevano decise che a dispetto delle apparenze doveva essere abbastanza solido. Si trovava però su di uno strapiombo molto alto. Al buio non ne vedeva chiaramente il fondo.
Risalì in macchina e vi passò sopra. Fece ancora circa mezzo chilometro e si trovò in uno slargo. La casa era sul lato opposto.

***

Dopo aver preso il suo borsone sportivo chiuse la macchina e si fermò un istante ad osservare la casa. La luce della luna consentiva di apprezzarne abbastanza bene i dettagli.
Doveva essere antica, forse di inizio secolo, ma ben tenuta. Le finestre del primo piano erano decorate con un fregio che contornava tutto il bordo, non particolarmente lussuoso ma decisamente di classe. La mansarda spiovente aveva le pareti in legno. Pensò che se fosse stata sua avrebbe da tempo eliminato quel legno: troppo pericoloso in caso di incendio, specialmente con un incallito fumatore come era lui. Appoggiò il borsone davanti alla porta e fece un giro seguendo il perimetro. Le finestre del primo piano erano molto grandi, e protette da spesse sbarre di ferro. Il lato posteriore si affacciava su uno strapiombo.
Diede una rapida occhiata alla piccola testa di leone che faceva da batacchio, quindi infilò la chiave ed aprì.
La porta si rivelò abbastanza pesante, forse anche per la stanchezza del viaggio. Entrò ed accese la luce.
Quel posto era decisamente affascinante. La prima cosa che notò fu lo scalone semicircolare sulla destra che conduceva alla balaustra del primo piano. Seguendo visivamente la scala notò il lampadario. Un oggetto decisamente imponente a dispetto della luce non troppo abbondante che emanava.
Jacob si mise un istante ad ascoltare il silenzio, totale, pacifico, quando un suono raggiunse come un macigno le sue orecchie. "Don,Don..trick,trick..Don,Don". Nell'angolo opposto c'era un orologio a pendolo che suonava le undici e mezza. Se era carico probabilmente la casa non era deserta da molto. A giudicare dalla poca polvere sul corrimano della scala era stata probabilmente occupata anche il week-end precedente.
Il suono del pendolo lo aveva leggermente irritato, in particolare quel rumore di ingranaggi consunti tra uno scampanio e l'altro. Si ripeté mentalmente la frase pensata poco prima in macchina: nulla avrebbe turbato il suo riposo. Si avvicinò al pendolo e cercò di aprire lo sportello per disattivare il meccanismo. Chiuso a chiave. Non doveva essere un problema. I suoi nervi, così sfibrati non dovevano essere ulteriormente messi alla prova da piccolo inconvenienti. Convenne che sarebbe riuscito semplicemente ad ignorare il rumore.
Da buon analista fece un programma per la serata, sapendo che sarebbe stato l'ultimo. Dal giorno dopo infatti tutto sarebbe stato lasciato all'improvvisazione, al caso: avrebbe fatto quello che gli fosse venuto in mente nel momento in cui gli veniva in mente.
Decise che per quella sera avrebbe fatto solamente un giretto panoramico della casa, dopodiché sarebbe andato a dormire.
Percorse il pavimento in marmo dell'ingresso ed imboccò il corridoio dal lato opposto. Il corridoio si spegneva con un muro spoglio. Pensò che fosse un peccato non averlo adornato con un quadro, uno di quegli imperiosi quadri antichi che si trovano nei mercatini.
Il lato sinistro del corridoio aveva due porte, una aperta che conduceva ad una piccola stanza da bagno, a l'altra chiusa. Sul lato destro vi era un'apertura ad arco, molto accattivante, che conduceva al salone.
Il salone era decisamente arredato con classe: un imponente camino nell'angolo, tre divani in velluto bordò ed un basso tavolo di legno dalle gambe scolpite. Soddisfatto di questa panoramica del salone, data tuttavia senza entrarvi, si voltò, tornò nell'atrio, prese il borsone ed imboccò lo scalone.
Ai lati della scala erano appesi alle pareti degli strani quadri che colpirono la sua attenzione: narravano scene di vita di un piccolo villaggio. In uno riconobbe un certo albero. I quadri erano realizzati con una certa maestria, ma i personaggi ritratti erano decisamente anomali: indossavano tutti la stessa camicia da boscaiolo, erano tutti uomini e non avevano occhi.
Pensò alla macabra fantasia di un pittore non completamente a posto con le rotelle, il genio fa spesso di questi scherzi, e proseguì.
Giunto alla balaustra del primo piano diede un occhiata al corridoio. Era identico a quello di sotto, ad eccezione di una scala sul muro dal lato opposto, dall'aspetto assai poco solido. Probabilmente conduceva in soffitta.
Le due porte sul lato sinistro conducevano nel bagno (un po' più grande dell'altro) ed in una camera da letto che odorava parecchio di chiuso.
Si ricordò di aver ignorato la seconda porta del piano di sotto. Probabilmente era la cucina, lo avrebbe scoperto la mattina seguente a colazione.
La porta a destra conduceva in una grande ed accogliente camera da letto, anch'essa dotata di camino nella stessa posizione del salone.
Appoggiò il borsone per terra e si lasciò cadere sul letto.
Gli mancava la sua famiglia. Cercò di memorizzare il sentimento che stava provando; se avesse esagerato con il lavoro avrebbe dovuto imparare a conviverci. Pose da parte questo elemento per la meditazione del lunedì e si apprestò a togliersi le scarpe.
Aveva sete, molta sete. L'eccitazione che lo accompagnava sempre nei posti nuovi gliela aveva fatta sopportare, ma ora doveva bere. "La spesa!". Aveva dimenticato in macchina il sacchetto delle provviste fatte alla stazione di servizio.
Per tutta la sua vita avevano dovuto combattere in lui smemoratezza e pigrizia, ma ora c'era anche la sete.
Si rimise le scarpe e si alzò.
Un piccolo scoppio proveniente dal piano inferiore precedette il buio nella casa.
Jacob odiava i piccoli inconvenienti domestici, la mancanza di corrente, le perdite d'acqua, tutte quelle occasioni che minavano la sua precisione nella programmazione di ogni attimo della giornata. Ogni problema doveva essere risolto per non generarne uno maggiore, ma ogni soluzione comportava un impiego di tempo che non era stato precedentemente pianificato: questa brevemente la motivazione del suo odio.
Fortunatamente si trovava in vacanza, poteva permettersi qualche minuto di fuori-programma, ma era molto stanco, avrebbe voluto prendere la spesa dalla macchina e ributtarsi a letto, senza doversi occupare di quel problema.
Decise di cominciare a scendere: se la luce della luna che filtrava dalle finestre fosse stata appena sufficiente a non precipitare dalle scale avrebbe probabilmente rimandato il problema "corrente" al giorno dopo.
Tastando le pareti si diresse verso la scala e scese un paio di gradini, poi si fermò ad osservare l'atrio.
La luce era decisamente sufficiente, ed anche abbastanza affascinante: creava, insieme all'ambiente, un'atmosfera a lui sconosciuta, forse un po' tetra ma abbastanza eccitante.
Notò un particolare che aveva probabilmente ignorato nella rapida occhiata precedente: sull'angolo sinistro rispetto alla porta c'era un oggetto sferico a circa un metro d'altezza, probabilmente sopra ad una specie di piattaforma, che luccicava debolmente con la luce della finestra immediatamente sopra.
Non ebbe tempo di chiedersi cosa fosse, la sfera ruotò leggermente e i si trovò due fori nella sua parte frontale che lo fissavano.
Si girò di scatto inciampando negli scalini, e rialzatosi un po' goffamente si precipitò in camera da letto.
Il suo respiro era affannoso, il cuore gli batteva all'impazzata, era terrorizzato a morte.
"Cosa o chi diavolo era quel coso?"."Calmati Jacob, hai avuto un'allucinazione. Una banale allucinazione.".
Tendenzialmente le persone molto riflessive tendono a rifiutare gli eventi fuori dal comune, la visione di cose impossibili. Jacob non faceva eccezione. Pochi secondi dopo si era già calmato. Non aveva avuto bisogno di convincersi, bastavano pochi secondi per inculcare nella propria mente la certezza della spiegazione logica. La stanchezza, lo stress, il buio ed una miriade di altri fattori gli avevano giocato un brutto tiro.
Come se nulla fosse accaduto uscì dalla camera da letto.
Si impose di non arrestarsi sulle scale per verificare se la sfera ci fosse ancora: sarebbe stato un segno di debolezza, quell'oggetto non esisteva o non era dotato di occhi e di movimento. Non avrebbe dovuto averne nessun dubbio.
Imboccò le scale come se stesse passeggiando a zonzo in un prato.
Era orgoglioso di sé, della sua razionalità e del suo autocontrollo.
A metà circa delle scale diede un'occhiata alla pianta: di fianco, sotto la finestra non c'era assolutamente nulla. Stava quasi per sorridere quando di colpo un altro macigno raggiunse le sue orecchie. "Don,Don..trick,trick..Don,Don".
Avrebbe voluto disintegrare quel maledetto pendolo, ma si calmò subito: problema già affrontato e rimandato al giorno successivo, programma definito, nessuna variazione ammessa.
Finì di scendere le scale ed afferrò la maniglia della porta. Era chiusa.
Cercò di ricordare se l'avesse chiusa, anzi, non vi era dubbio che l'avesse chiusa lui, non vi era alcun dubbio, assolutamente nessun dubbio. Ma dove aveva messo la chiave?
Decise di attuare la sua solita tattica: cercare mentre si cerca di ricordare. A casa sua solitamente appena entrato posava la chiave sul tavolo del salotto: avrebbe cominciato da lì. Si voltò per dirigersi verso il corridoio.
Stavolta vide la creatura molto chiaramente, era ferma all'inizio del corridoio, e lo fissava.
Decisamente non era un essere umano, era alta più o meno un metro, senza vestiti, col busto cilindrico e le gambe che costituivano circa un terzo dell'altezza, mentre le braccia, grazie a dita smisurate, sfioravano quasi il pavimento. La testa calva aveva forma ovale, ma era in orizzontale. E non aveva bocca.
Jacob urlò, per una frazione di secondo. Quella successiva fu dedicata alla ricerca di una via di fuga: porta chiusa, finestre sbarrate e corridoio occupato. Come un fulmine salì le scale e si chiuse in camera, tenendo saldamente la maniglia dall'interno.
Questa volta non bastò una breve riflessione a calmarlo. L'aveva visto! Ne era certo. Non sapeva cosa fosse e che intenzioni avesse, ma c'era!
Non solo era terrorizzato per la presenza di un pericolo in una casa in cui era chiuso dentro, ma soprattutto per l'impossibilità di dare una spiegazione logica a ciò che i suoi occhi avevano visto.
Fece un sospiro e cercò di pensare. La risposta venne da sé: fuggire, fuggire e anche in fretta. Per le domande, le riflessioni, i sui maledetti schemi mentali c'era tutto il tempo. Doveva fuggire.
Lentamente aprì la porta, mise la testa fuori dalla stanza ed osservò a sinistra, verso la scala ed a destra, verso la fine del corridoio. Era lì, appoggiata al muro. In quel punto non c'era un filo di luce, non la vedeva, ma sapeva che era lì, lo sentiva, sentiva il suo terrore esplodere guardando in quella direzione.
Uscì di scatto e si precipitò giù dalle scale.
Afferrò la maniglia della porta con tutta la sua forza. Nulla. La porta sembrava cementata nel terreno.
"Le chiavi! Dove sono quelle maledette chiavi!?!?!"
Si voltò, il corridoio era vuoto, buona occasione per il salotto.
Entrò e scoprì con piacere che la luce della luna non mancava. Cercò affannosamente sul tavolo, rovesciando alcuni soprammobili. Niente. Superò il tavolo per guardare sulle mensole del lato opposto, vuotandole con una mossa del braccio. Nulla. Si girò per tornare sul lato dell'ingresso ma inciampò nella gamba del tavolo e cadde.
Una volta toccato il terreno si sentì come paralizzato. Non poteva muovere nulla tranne gli occhi. Sentì qualcosa entrare nella sua mente. Non riusciva a pensare, ad essere terrorizzato, la sua mente era come occupata da qualcun altro, qualcuno che cercava di depositarvi un messaggio, un pensiero, ma con termini incomprensibili. Impossibile determinare per quanto tempo rimase in quella condizione, ma ad un certo momento cominciò a riprendere lentamente il controllo di se stesso. L'onda mentale che lo aveva investito stava gettando la spugna.
Quando si sentì in grado si alzò ed uscì di corsa dal salotto. Dallo slancio si trovò davanti alla porta, dove la creatura lo aspettava appoggiata. La creatura mosse di scatto il braccio, che lo colpì ad un fianco scaraventandolo all'inizio delle scale.
Si rialzò e corse al piano superiore, d'istinto entrò in bagno e si chiuse a chiave.
Era in trappola, un topo in gabbia, doveva trovare una via d'uscita.
Aprì la finestra del bagno: niente sbarre! Incoraggiato dalla scoperta guardò fuori: c'era una grondaia affissa una ventina di centimetri a destra della finestra. Avrebbe retto? Risposta irrilevante, era la sua unica possibilità.
Scavalcò la finestra e si aggrappò alla grondaia. Il tubo di ferro arrugginito si staccò dalla parete, piegandosi sotto il suo peso, ma abbastanza lentamente, e lo depositò dolcemente sul tratto di cortile a destra della casa.

***

"Sono fuori!","Sono fuori!". Ripetè questa frase mentalmente per almeno una dozzina di volte prima di rendersi conto che non poteva assolutamente perdere ulteriore tempo.
Correndo attraverso il cortile vide le luci di una ventina di torce che da fondo valle si apprestavano ad imboccare la strada verso la casa. Solo un'occhiata e continuò a correre. Pensò che dovevano essere abitanti del villaggio che avevano notato movimento verso la collina e venivano a verificare se tutto fosse a posto. Un pensiero che giudicò senza importanza. Era arrivato alla macchina. Salì in fretta e furia e infilò le chiavi. Pensò per un istante a quanti film horror avevano una scena simile a quella in cui all'ultimo momento la macchina non parte. Girò la chiave. La macchina partì e lui rise nervosamente.
Imboccò il viottolo a tutta velocità. Dopo un centinaio di metri si accorse che la strada era illuminata solo dal riflesso della luna, accese i fari, troppo tardi per rendersi conto che il ponte di legno non c'era più. Sentì la macchina mancargli da sotto, il pendio era molto ripido. Con una rapidità che non sapeva di possedere aprì la portiera e si lanciò fuori.
Mentre la macchina precipitava puntando verso destra lui rotolava verso sinistra, e strisciando tra le sterpaglie si ferì alle braccia. Nel tentativo di afferrare un arbusto sentì un dolore tremendo ad una mano, si era ferito in modo abbastanza serio. Dopo frazioni di secondo sentì uno schianto, la macchina si era fermata in un piccolo tratto pianeggiante, dove lui stesso atterrò poco dopo. Nella caduta fortunatamente non si ruppe nulla, ma la mano sanguinava copiosamente, dovette quindi fasciarla alla meglio con il fazzoletto.
Si accorse di un altro taglio abbastanza profondo al braccio destro, la camicia era strappata e non aveva nulla per tamponarlo. Decise di ignorarlo finché fosse stato possibile. Il problema principale ora era un altro: dove era finito e come avrebbe potuto ritornare a valle. Si guardò intorno: la piccola pianura era semicircolare, del diametro di una decina di metri. Di fronte a lui c'era ancora strapiombo, sarebbe stato troppo rischioso scenderlo, una piccola scivolata e si sarebbe trovata della poltiglia umana a valle, in fondo era già stato fin troppo fortunato: la dimenticanza dei fari poteva essere pagata seriamente, meglio non giocare troppo con la fortuna, anche se le scelte erano ben scarse. Dietro di sé non c'era nulla. Non aveva via d'uscita, si fermò quindi a pensare con le spalle allo strapiombo, quel tanto che basta per accorgersi di qualcosa nella montagna: l'ingresso di una grotta seminascosto da piante. Si rese conto che era l'unica via da tentare ma se non avesse eliminato le piante non avrebbe avuto neanche quel filo di luce che la luna gli poteva dare.
Incurante del dolore alla mano afferrò una ad una le piante che scendevano dall'alto e con tutto il suo peso le estirpò.
Entrò nella grotta con cautela ma rapidamente, facendo particolare attenzione ad eventuali rumori. In pochi secondi raggiunse il limite oltre il quale non c'era più luce.
Stava quasi per girarsi e tornare indietro quando intravide qualcosa luccicare debolmente nel buio.
La osservò bene, ma credette fermamente di avere un'allucinazione: era una maniglia.
Lentamente i suoi occhi si abituarono alla semioscurità della grotta e poté vederla bene: a circa venti metri dall'ingresso della grotta c'era una porta. Per qualche motivo che non seppe spiegarsi (forse la sua irrefrenabile curiosità, che spesso nella sua vita aveva avuto il sopravvento sulla paura) si lanciò davanti alla porta ed afferrò la maniglia. Era fredda, ma non come ci si aspetterebbe dal metallo in mezzo ad un bosco in piena notte. Stette qualche secondo immobile, in piedi davanti alla porta afferrando la maniglia, quando improvvisamente sentì un rumore di rami spezzati provenire da fuori, ma non molto, la grotta. Non ebbe esitazione, aprì la porta e si immerse nella totale oscurità che vi era all'interno. Sentì la porta richiudersi alle sue spalle.

***

Una vita nel campo dell'analisi finanziaria gli aveva decisamente lasciato un'impronta. In qualsiasi situazione, anche la più terrificante trovava lo spirito di fermarsi ad analizzare gli elementi in suo possesso. Così stava facendo in quel momento. Era al buio, in un luogo sconosciuto, disarmato, nella sua vita era entrata una creatura che forse aveva definitivamente lasciato alle sue spalle, ma forse no, non sapeva che genere di creatura fosse, forse un uomo tremendamente deformato, forse un essere proveniente da un altro pianeta, di certo aveva cercato di farlo prigioniero nella casa e ciò non ne faceva sicuramente un elemento amico. Le informazioni non erano così scarse, ma totalmente insufficienti per trarre qualsiasi conclusione. Si scoprì incredibilmente rilassato, in fondo aveva appena fatto una analisi, e quello era il suo lavoro: aveva compiuto un'azione che lo aveva riportato mentalmente nel mondo normale, e questo gli diede un po' di sollievo. Di colpo aggiunse un dettaglio alla sua analisi, e questo dettaglio fu decisivo per dichiarare la situazione irrisolvibile razionalmente: cosa ci faceva una porta in fondo ad una grotta? E soprattutto a cosa lo aveva condotto?
Erano passati probabilmente una trentina di secondi da quando la porta si era richiusa ma non si volle mettere fretta. La situazione doveva essere considerata con lucidità.
Vi erano mille spiegazioni possibili per la porta: un nascondiglio per contrabbandieri, un rifugio di guerra, tutti luoghi assai meno pericolosi di ciò che aveva appena lasciato e probabilmente di ciò che aveva spezzato i rami poco prima.
I suoi occhi avrebbero dovuto abituarsi anche a quell'oscurità, ma così non fu.
Il buio era totale.
Non aveva mai avuto paura del buio, ma quella situazione ridisegnava il concetto di buio: quel buio era, a suo giudizio, una potenziale fonte inesauribile di pericolo. Gli eventi di quella sera avevano minato alle radici il suo concetto di realtà, di razionalità, di ciò che può essere e ciò che non può essere. In quel buio tutto era possibile. Decise che forse la cosa più sensata da fare era provare prudentemente ad uscire, ascoltando prima eventuali rumori dall'esterno. Stava già mentalmente ripercorrendo il percorso verso l'apertura della grotta e fisicamente avvicinando l'orecchio alla porta.
L'orecchio si appoggiò, ma non ebbe quella sensazione tiepida di legno che si aspettava. La superficie su cui il suo orecchio poggiava era fredda e ruvida. Preso dal panico avvicinò le mani alla maniglia ma non afferrò nulla, tastò nervosamente la superficie ma trovò solo muro. Pensò che probabilmente era entrato in diagonale e meditando si era inavvertitamente spostato trasversalmente. Tastò quindi il muro scorrendo in una direzione e nell'altra per circa 4 metri ma non trovò nulla. La porta era scomparsa.
Come un automa si voltò, rimettendosi nella posizione di prima, spalle alla ex-porta, schiena leggermente incurvata e braccia annodate sul petto. Rispetto all'analisi precedente i parametri erano forse un po' cambiati, ma lui era Jacob Green, uno dei migliori analisti di Los Angeles. Benedì la sua megalomania, che in quel momento riuscì a distrarlo brevemente dal terrore. Con assai meno lucidità di prima decise di rimettersi ad analizzare la situazione.
Non riuscì a farlo.
Un suono, benché debole, lo colpì come un macete. "Don,Don..trick,trick..Don,Don".
Sorrise, e la sensazione delle sue guance che si distendevano gli diedero la consapevolezza che stava perdendo la ragione. Si trovava ancora nella casa. Era talmente terrorizzato da non chiedersi neanche come fosse stato possibile. Finito lo scampanio dell'orologio cercò di ascoltare qualsiasi minimo rumore. Nulla.
Respirò profondamente, deglutì la saliva più amara della sua vita, sentì in bocca il sapore di quando si sta per rimettere. Respirò ancora profondamente e si rimise a pensare.
Il suo primo pensiero era che forse non stava impazzendo del tutto, era ancora in grado di analizzare con lucidità, sebbene estremamente ridotta. Pensò al suo stato di pericolo, si rese conto che cresceva proporzionalmente al tempo. Finita questa brutta vicenda si sarebbe preso una lunghissima vacanza, ed avrebbe riorganizzato la sua vita in modo da essere meno influenzato dalle strutture mentali tipiche del suo lavoro, che anche in quei momenti di terrore lo accompagnavano. D'altra parte non poteva ricondurre qualsiasi momento esistenziale a numeri e formule.
Per la prima volta da quando era al mondo non sapeva realmente cosa fare, in che direzione muoversi. Non si ricordava in che modo si mette un piede davanti all'altro e come si poteva definire quest'azione con un unico verbo. Decisamente la sua mente cominciava a tirargli brutti scherzi.
Di colpo gli venne una fitta al braccio destro, il punto del suo corpo, dopo la mano, più ferito. Forse vi era rimasto qualche frammento di legno. Problema secondario. "Anche se mi si staccassero improvvisamente le gambe sarebbe un problema secondario! Jacob concentrati! Devi uscire vivo da questo posto!".Lo aveva detto a voce alta? Chissà, proprio non se lo ricordava. Non era bello però con un mostro al piano di sotto mettersi ad urlare. Respirò, e si rese conto di aver ripreso il controllo.
Con una forza psicologica venuta da chissà dove fece un paio di passi in avanti. Il pavimento era probabilmente in cotto, assai silenzioso. Questo lo tranquillizzo un po', sentì di essere in grado di procedere ancora. Fece tre ulteriori passi e cominciò ad intravedere un po' di luce dal basso, quattro o cinque metri di fronte a lui. La luce era molto debole ma dopo tutta quell'oscurità gli sembrò fosse spuntato un sole in quella stanza.
"La scaletta!". Questa volta lo aveva detto mentalmente, ne era certo. Proprio la scaletta che conduceva, presumibilmente in solaio, l'unica parte della casa in cui non si era avventurato. Aveva avuto paura che la scaletta non fosse molto solida, era venuto il momento di appurarlo.
Procedette a grandi passi verso la luce, finché vide la scaletta chiaramente. La imboccò ma si fermò sul primo gradino. Lo slancio lo spingeva a scenderla rapidamente, ma decise che era meglio procedere con prudenza.
Stranamente il gradino non aveva fatto il minimo rumore.
Ne fece altri tre e si fermò ad ascoltare. Nulla.
Scese ancora un paio di gradini, quel tanto che basta per potersi abbassare e dare un'occhiata al corridoio del primo piano. Il corridoio era deserto. Finì la scaletta rapidamente, imboccò di corsa il corridoio fino al parapetto che dava sull'ingresso. Dal piazzale salivano le voci di molte persone e la luce di un certo numero di torce.
Urlò con tutta la forza che aveva in gola, vocali senza senso, un grido disperato d'aiuto.
Mentre gridava continuò ad analizzare l'ingresso, alla ricerca della creatura e di una eventuale via di fuga. Di scatto, senza una apparente ragione si voltò.
La creatura lo fissava appoggiata allo stipite della stanza da bagno.
Scese lo scalone in un attimo, afferrò la maniglia della porta e la tirò con una forza che non sapeva di avere.
La porta cigolò rumorosamente ma non si aprì.
Si voltò e vide che l'ultima porta in fondo al corridoio del piano terra, quella della cucina, era aperta. Corse lungo il corridoio fino a fermarsi con le braccia contro il muro.
La cucina, l'unica via di scampo che non aveva tentato. Guardò dentro e vide la cosa più bella mai vista in vita sua.
Pensò per una frazione di secondo alla sua famiglia: il giorno delle sue nozze, la nascita di sua figlia, scampoli di allegria rispetto alla gioia che provava in quel momento.
Sulla parete opposta all'ingresso la cucina aveva una finestra priva di sbarre. Si lanciò come una furia, tuffandosi contro il vetro. La finestra si ruppe. Mentre la attraversava si riacutizzò il dolore alla mano.
Dopo un istante cadde come un sasso sul terreno. Si alzò di scatto, e d'istinto si guardò il braccio che aveva ricominciato a sanguinare copiosamente. Tenendoselo con la mano corse verso il piazzale.
La luce della ventina di torce concentrate illuminava il piazzale abbastanza debolmente, ma a quella luce si aggiungeva il sollievo di essere finalmente uscito. Diventava così la luce più meravigliosa che avesse mai visto.
Gli abitanti del villaggio gli vennero incontro.
La gioia, lo scampato pericolo, la debolezza data dalle ferite lo stavano facendo barcollare. Un paio di persone lo afferrarono e lo aiutarono a sedersi per terra. Non aveva ancora detto nulla e sembrava che le parole non riuscissero ad uscire tanta era la tempesta di sentimenti che lo aveva investito. Sorrideva, di questo ne era certo, e sorridevano anche i suoi nuovi amici. Lo guardavano, parlottavano tra di loro, dicevano anche a lui qualcosa che però non riusciva a comprendere. I muscoli della schiena lo abbandonarono e si sdraiò completamente. Due forti braccia lo accompagnarono nella discesa. Adesso stava proprio ridendo, di un riso nervoso e fragoroso.
Due persone gli stavano esaminando la mano ferita. Alzò leggermente la testa per osservarle. La nuca cominciò a fargli male ma non si abbassò.
Uno degli uomini che sorreggeva la sua mano cominciò a ridere fragorosamente. Credette di avere un'allucinazione quando notò che un altro uomo si avvicinò al suo braccio ferito e cominciò a leccare il sangue che continuava ad uscire. Contemporaneamente vide la bocca dell'uomo che rideva aprirsi fino a diventare larga una spanna abbondante.
Ebbe la certezza che ciò che vedeva era realtà quando quest'ultimo gli tolse il fazzoletto dalla mano ferita, se le infilò in bocca e chiudendola di scatto gliela tranciò di netto.
L'urlo che seguì si era seguito probabilmente a miglia di distanza. Mentre l'uomo con la mano in bocca masticava con uno sguardo decisamente compiaciuto si sentì trascinare per le gambe. Dopo qualche secondo il dolore pulsante al moncherino della mano venne coperto da quello di un poderoso morso alla coscia.

***

Spesso la letteratura parla di cosa una persona pensi quando si rende conto di stare per morire.
Si dice che gli torni in mente la sua vita, alcuni attimi salienti che ti passano davanti agli occhi come un flash, oppure la sua famiglia, i volti delle persone care, i loro gesti, magari insignificanti, ma così unici per tutti noi.
Si dice anche che il tempo sembri fermarsi, che quei pochi secondi consentano di ricordare come se si sfogliasse un album per diversi minuti. Jacob riusciva a ricordare solo la creatura. E un pensiero improvviso nella sua mente gli sembrò ancora più spaventoso dell'orrore che lo attendeva: la creatura stava cercando di salvarlo da quella gente. Quell'essere proveniente da chissà quale pianeta o mutazione genetica voleva avvertirlo del pericolo, ma incapace di comunicare poteva solo cercare di trattenerlo nella casa.
I suoi metodi così violenti e terrorizzanti erano l'unica speranza di salvare Jacob. Ma ormai era troppo tardi. La creatura non poteva uscire dalla casa, la cui atmosfera mistica le dava la linfa vitale. Nulla avrebbe più salvato Jacob, questo lo sapeva per certo, ma non ebbe il tempo di disperarsi. Un potente morso al collo lo strappò da questi suoi ultimi pensieri.

Autore: Alessandro Martellotta



 
 
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