Racconti di Psiche
Lo spirito dello specchio
Io sono una persona piuttosto "normale", ordinaria direi. La mia esistenza trascorre senza sussulti o turbamenti: il mio psicanalista però mi giudica bizzarro per certe mie manie, che secondo lui -quelle sì- sono anormali.

Succede che la notte, a volte, mi piace alzarmi e girovagare per la campagna, camminare nei cortili delle case, guardare - per quel che posso - ciò che accade nelle misere vite anonime. Gliel’ho già spiegato più volte: non sono un maniaco, un "guardone", provo un certo appagamento solo così, mi pare di poter riempire la mia vita con una parte di quella di altri. Ed è proprio in una di queste sere che conobbi quello che sarebbe diventato il mio grande amico: mi trovavo nel mezzo di un giardino in fiore, i profumi inondavano l’aria nel misto dei piccoli e infiniti rumori d’insetti notturni. Stavo rannicchiato protetto dalla larga ombra di un noce prodotta dalla violenza del lampione innanzi: quasi non respiravo, la padrona dell’abitazione mi stava davanti a pochi metri, quando da dietro sentii un fruscio anomalo, insolito (io, abituato a percepire i silenti rumori della notte, solo io potevo accorgermene), ma non mi voltai, non potevo: - salve, anche tu te ne stai in ginocchio qui? - Il sangue mi si ghiacciò, non potevo scappare, avrei dovuto giustificare la mia presenza, ammettere, in fondo, di non essere nient’altro che un violentatore dello spazio e dell’intimità altrui. Invece - con un tono basso di voce, non per costrizione ma più per un timbro naturale - mi spiegò che la mia era anche la sua mania, e che non ci trovava nulla di strano. Io ero sempre più terrorizzato, come poteva starsene tranquillo, perché la donna in piedi con la sigaretta accesa, doveva avere proprio mille crucci in testa per non udirlo, e non ci udì fortunatamente.

Di lì a poco, cominciai il mio bighellonare girovagando ogni notte, e sempre trovavo il mio - oramai così lo consideravo - amico Luca (questo il suo nome). L’unico mio cruccio era di non poterlo scorgere in viso, la segreta clandestinità del nostro agire non permetteva luci o altro, eravamo taciti complici, ne vedevo solo vaghe fattezze in un insieme di chiaroscuri di ombre e anche la sua vita era nascosta indefinita, e non mi interessava poi molto conoscerla. Mi perdevo piacevolmente in discorsi lunghi e contorti, trovando assensi o anche appunti contrari, ma sempre così armoniosi che alla fine spesso dovevo riconoscergli ragioni che non avrei mai pensato di ammettere: era come aver trovato la propria - come si suol dire a sproposito con un termine inflazionato - "l’anima gemella" con la quale confrontarmi, specchiarmi: ridevo come da tanto non facevo, mi liberavo dagli ossessivi problemi di tutta un’esistenza, mi riusciva finalmente di comunicare con un altro essere, senza remore o timori. Insomma. inutile dire che la mia mania notturna era passata in secondo piano ormai, uscivo di casa solo per trovare Luca.

Si era fatta estate inoltrata, la calura giornaliera si prolungava fino alle ore buie, io e Luca ci trovavamo a discutere seduti su di un prato, quando, non so perché, forse un tono di voce troppo alto, un uomo ci illuminò in viso con una torcia elettrica: -beh, chi sei? cosa ci fai qui? Sei un ladro?- Non potevo certo spiegargli che eravamo lì senza uno scopo preciso, una ragione nelle cose ci vuole sempre, così cominciai a correre e correre giù per i campi, senza voltarmi dietro. Mi fermai ansimante. Luca era dietro di me. M’avvicinai al ciglio della strada. Un lampione la illuminava di una luce stanca, pallida. Perché l’uomo prima parlava solo a me e non a tutt’e due? Volli finalmente guardarlo in faccia. Non era possibile. Aveva il mio stesso viso.

Allora sorrise, disse le sue ultime parole:- si, non spaventarti, non lo avevi capito ancora? Io sono te, sono le tue paure, le tue ansie e le tue speranze. Solo con me t’appagavi. quando mi hai trovato ti sei sentito vivo e pieno d’anima, finalmente. Ma ora che hai scoperto tutto, dovrò sparire come uno spirito, per sempre. - Io, allibito, tenevo lo sguardo in terra. Quando alzai gli occhi, lui già non c’era più.

Il mio psicanalista dice che la mia è fervida immaginazione, che devo uscire, scuotermi, dimostrare più disponibilità verso il modo circostante. Ma so bene che il mio spicchio di felicità rivelatomi si è dissolto come un fantasma, in una calda notte d’estate.

Autore: Francesco Copetti



 
 
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